IL"TEMPO GLOBALE"

Il "tempo globale"

differenze culturali di PM rispetto alla risorsa tempo

a cura di Giusi Meloni - PMP - dicembre 2002

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Il Project time management esprime, tra molte altre istanze, l'aspirazione innata e insopprimibile degli esseri umani a definire e controllare il tempo.

Tale aspirazione, nel contesto specifico rappresentato dal progetto, si esprime nello sforzo di definire la successione temporale della attività, di calcolarne la durata e di verificarne lo svolgimento e l'aderenza a quanto pianificato.

A questo scopo ci si avvale di strumenti che vanno da un semplice Gantt a software per le simulazioni. Per quanto siano tecnologicamente avanzati, tutti gli strumenti di misurazione e controllo del tempo presentano uno svantaggio. Non considerano come il trascorrere del tempo e l'impiego stesso del tempo siano condizionati in profondità da fattori culturali.

La percezione che ognuno di noi ha del trascorrere, lento o veloce, del tempo; la scelta, di importanza cruciale, su come impiegare il proprio tempo: questi ed altri aspetti importantissimi non sono determinati solo da considerazioni di ordine pratico, né da fattori quantitativi. Al contrario, sono la conseguenza della cultura cui ognuno appartiene.

Si intende qui per "cultura" l'insieme complesso di modi di fare e di pensare che caratterizza un gruppo umano, sia questo una nazione o una azienda.

Solo se si tiene nel debito conto questo aspetto, si comprende quanto la presenza di stakeholders provenienti da culture diverse possa determinare occasioni di confronto, che diviene facilmente scontro, attorno al problema dell'uso del tempo.

La diffusione sempre più intensa di modelli e standards di riferimento internazionali, che attraversano i confini tra culture diverse, ha senza dubbio rappresentato un fattore di mediazione anche in ambito professionale. La presenza di modelli condivisi non significa però che vengano meno o perdano il loro significato le diverse culture e la loro influenza sulla percezione e l'impiego del tempo. Laddove si faccia ricorso a strumenti standardizzati, come accade appunto nel Project Management, i condizionamenti culturali, come del resto le abitudini individuali, tendono a manifestarsi in modo più sottile e pertanto più difficile da far emergere.

I cross cultural studies hanno messo in evidenza come le modalità di organizzazione del tempo rappresentino uno degli elementi costitutivi più importanti per una cultura, quindi anche uno strumento prezioso per orientarsi in una cultura diversa dalla propria.

Edward T. Hall, uno dei più famosi studiosi della mediazione culturale(1) , in "Understanding cultural differences" scrive: "Life on earth evolved in response to the cycles of day and night and the ebb and flow of tides. As human evolved, a multiplicity of internal biological clocks also developed. (…) Out of this background two time systems evolved - one as an expression of our biological clock, the other of the solar, lunar and annual cycles. (…) there are many kinds of time systems in the world, but two are most important to international business. We call them monochronic and polychronic time".(2)

Le culture "monochronic" sono caratterizzate da una visione del tempo lineare: il tempo risulta facilmente divisibile in segmenti, in funzione di una sequenza logica o temporale, per cui ogni segmento può essere dedicato a una sola attività. Chi appartiene a queste culture tende ad assegnare un grande valore alla programmazione, al rispetto degli orari e alla velocità di esecuzione.

Le culture "polichronic" sono caratterizzate invece da una visione del tempo ciclica, che permette di cogliere contestualmente eventi diversi. L'organizzazione del tempo ha come obiettivo principale creare e mantenere relazioni, mentre attenersi alla pianificazione non è considerato una priorità. In queste culture è apprezzata in modo particolare la flessibilità.

I due sistemi di riferimento per l'organizzazione del tempo, almeno nella loro accezione più teorica e generale, interagiscono a fatica.(3)

Trasferirsi per lavoro in un paese straniero è un'esperienza ormai abbastanza comune. Chi l'ha vissuta conosce il carico di stress, le ansie e le tensioni che porta con sé.

Un'esperienza analoga è rappresentata dall'incontro con un'altra cultura che può avvenire senza abbandonare il proprio paese e nemmeno la propria azienda. Anche questo incontro, per quanto meno traumatico, richiede di adattarsi a modalità di organizzazioni del tempo diverse dalle proprie.

Negare o rimuovere questa situazione non permette certo di risolvere le tensioni che comporta; è necessario invece affrontare con consapevolezza il processo di adattamento. In questo processo è necessario prima di tutto rendere espliciti i propri modelli culturali per poterli meglio confrontare con quelli degli altri, con curiosità e spirito di osservazione, soprattutto con una buona dose di autoironia.

In questo caso il tempo ci viene in aiuto, perché il processo va affrontato senza angosce e senza fretta: "It is not necessary to solve every problem at once, only show a genuine desire to do so and to take a step at a time, even if it seems to take a lifetime. The rewards are not only material but psychological and mental as well. New frontiers are not only to be found in outer space or in the microworld of science; they are also at the interface between cultures." (4)

Note
1) Il nome dell'antropologo Edward T. Hall è legato soprattutto allo studio della prossemica in diverse culture ed in particolare alla sua definizione di "spazio personale". E' stato a lungo direttore del Foreign Service Institute training program statunitense ed ha pubblicato numerose ricerche e libri sulla comunicazione interculturale.
2) E.T. Hall and M. Hall, Understanding cultural differences, Intercultural Press, Yarmouth, Maine 1990; p. 13
3) "Like water and oil, the two systems don't mix"; Ivi, p. 13
4) Ivi, p. 31






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